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CARIDDI

Cariddi, figlia di Nettuno e di Gea, che, sempre insaziabile nella sua voracità, per aver rubato e mangiato alcun i buoi sacri al sole, era stata trasformata da Giove in un vortice che tre volte al giorno ingoiava le acque del mare con tutto ciò che contenevano, e dall'altrettante volte le rigettava con i miseri resti degli uomini e delle navi in frantumi.

Era quindi una creatura mostruosa che viveva su uno scoglio situato nello Stretto di Messina.

Nella moltitudine di racconti leggendari che appartengono alla mitologia, numerosi sono quelli incentrati sull'ambiente marino, che spesso esprimono la paura dell'imprevedibile o rappresentano situazioni di pericolo, reale o presunto, per il navigante.

L'attraversamento di uno Stretto, con le sue oggettive difficoltà, assumeva il valore simbolico di superamento dei confini tra il familiare e l'ignoto, di controllo delle forze avverse e del caos, rappresentati dalle forze della natura.

Quelle aree pericolose, al limite dell'invalicabile, erano solitamente identificate con i mostri posti a guardia del passaggio, che insidiavano chi avesse voluto superarlo.

Durante la sua vita di donna, Cariddi aveva mostrato grande voracità. Quando Eracle attraversò lo Stretto con le mandrie di Gerione, Cariddi divorò gli animali.

Zeus la punì colpendola con uno dei suoi fulmini e la fece precipitare in mare, trasformandola in mostro: tre volte al giorno Cariddi ingurgitava masse d'acqua con tutto ciò che in essa si trovava, e così inghiottiva le navi che si avventuravano nei suoi paraggi, poi vomitando l'acqua assorbita.

Quando Ulisse transitò la prima volta per lo Stretto, sfuggì al mostro ma, dopo il naufragio provocato dal sacrilegio contro i buoi del Sole, fu aspirato dalla corrente di Cariddi. Ebbe tuttavia la furbizia di aggrapparsi a un albero di fico, che cresceva rigoglioso all'entrata della grotta in cui si nascondeva il mostro, cosicché, quando ella vomitò l'albero, Ulisse poté mettersi in salvo e riprendere la navigazione.

Lo scoglio di Scilla in un'incisione del XIX secolo

A un tiro d'arco da Cariddi, sull'opposta sponda dello Stretto, un altro mostro attendeva al varco i naviganti. Era Scilla, nascosta nell'antro profondo e tenebroso, che si apriva nella roccia liscia e levigata, inaccessibile ai mortali.

A questo nome si ricollegano due distinte leggende. Secondo la prima, Scilla è una figura femminile, figlia di divinità diverse a seconda delle differenti versioni, circondata da sei cani feroci, che divorano tutto ciò che transita nei paraggi. Anche la storia di come Scilla sia diventata un mostro cambia nelle diverse tradizioni.

Nell'Odissea Omero racconta come Glauco, innamorato di Scilla, rifiutasse l'amore della maga Circe. Costei, per vendicarsi della rivale, mescolò erbe malefiche all'acqua della fonte nella quale Scilla si bagnava. Il corpo della giovane fu trasformato, cosicché dal suo bacino spuntavano i cani mostruosi.

Secondo altre versioni, Circe aveva trasformato la giovane su istigazione di Anfitrite, innamorata di Poseidone, che le aveva preferito Scilla. Oppure che Scilla era stata punita da Poseidone, per essersi innamorata di Glauco.

Ancora una versione diversa attribuisce la morte della giovane allo stesso Eracle: quando questi transitò nella zona con i buoi di Gerione, Scilla ne mangiò alcuni; ne seguì un combattimento e Scilla fu uccisa.

Secondo la seconda leggenda, Scilla era figlia di Niso, re di Megara. Questi restava invincibile fintanto che avesse conservato in testa un capello d'oro (o di porpora). Quando la Città fu assediata da Minosse, che voleva vendicare l'uccisione di Androgeo, Scilla s'innamorò di lui e, per farlo vincere, tagliò il capello del padre, dopo essersi fatta promettere da Minosse che l'avrebbe sposata, se ella avesse tradito la propria città per amor suo.

Minosse infatti sconfisse Niso ma poi, scoperto con quale crimine Scilla lo aveva aiutato, inorridito la legò alla prua della sua nave e la fece annegare. Gli dei si impietosirono e la trasformarono in airone.

Scilla su un tetradramma del V sec. a. C.
(Londra, British Museum).